Sabato 25 novembre: “Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne”Violenza di genere o un genere di violenza ?
Le parole parlano chiaro: Donna -sostantivo femminile- l’individuo femminile della specie umana, dal latino domina “signora”. Ma le parole volano! La violenza degli uomini sulle donne invece resta scritta sui loro corpi martoriati.

Correva l’anno 2013 ed in Italia – sempre fanalino di coda dell’Unione Europea-  il legislatore con il DL n. 93, per arginare quell’orrore, riconosciuto e chiamato dalla legge stessa “femminicidio”  -che suona male, però serve, e definisce in modo appropriato la categoria criminologica del delitto perpetrato contro “una donna perché donna”- aveva inteso porre come fondamento di quella Legge la difesa della libera volontà accompagnata però al dovere della responsabilità delle istituzioni e di tutti i soggetti che devono applicarla e farla rispettare.

Si poteva fare di più? Meglio? Senza dubbio si! in questi anni abbiamo visto le limitazioni e le gravi lacune che questa legge – sicuramente buona nelle intenzioni-  ha dovuto scontare La c.d. legge sul femminicidio doveva essere un punto di partenza, un passo avanti per il riconoscimento e la risoluzione dei problemi legati alla violenza di genere, che nel nostro paese è ancora, nonostante tutto, un problema fortemente culturale.

In una società evoluta come la nostra, è paradossale, che ci sia stato bisogno di ricorrere ad una legge ad hoc per ricordare a chiunque, ma soprattutto agli uomini/maschi che le donne/femmine (useremo il termine femmina perché facciamo riferimento al Dl 93), non si uccidono, non si violentano nel corpo, nello spirito, nella mente, non si prendono a pugni, calci, coltellate, sprangate etc. etc. etc.

Ma oggi storico, oggi, dove si trovano le donne? sono a fianco? Sono fuori? indietro? al di sotto degli uomini? di certo c’è che non hanno smesso di morire uccise dagli uomini!!! Padri. Fratelli. Figli. Mariti/ex. compagni/ex. fidanzati/ex. Uomini.

In una parola: noi. Che siamo padri, compagni, mariti, fratelli, fidanzati, amici, amanti e soprattutto figli. Figli di una Madre: Femmina!!!

Senza giri di parole, oggi, ci sembra doveroso fare la nostra riflessione di genere e guardandoci negli occhi, dirci senza mentirci, che “forse” per cambiare le cose e fermare l’orrore del femminicidio, dobbiamo cambiare radicalmente le nostre “abitudini” di maschi.

Fare il punto sulla questione che sta alla base di tutta la violenza sulle donne, interrogarsi sul concetto di dignità in un Paese, in cui, ogni due giorni una donna viene uccisa dal compagno. Non parliamo di un’onda anomala, improvvisa, né di una sorta di emergenza, analisi dell’Istat e del Ministero della Giustizia mostrano numeri di un massacro che non si arresta nonostante la legge.

Il fenomeno resta di enormi proporzioni e i numeri parlano chiaro: quasi sette milioni di donne hanno subìto qualche forma di abuso nel corso della loro vita. Dalle violenze domestiche allo stalking, dallo stupro all’insulto verbale, la vita femminile è costellata di violazioni della propria sfera intima e personale. Spesso un tentativo di cancellarne l’identità, di minarne profondamente l’indipendenza e la libertà di scelta.
Il tragico estremo di tutto questo è rappresentato dal femminicidio, che anche se in leggero calo rispetto agli anni precedenti, dimostra di essere ancora un reato diffuso ed un problema che necessita di una risposta non solo giudiziaria, ma culturale e educativa.

E dunque noi, tutti noi, maschi, anche quelli virtuosi, quelli che non torcerebbero un solo capello ad una “femmina”, dobbiamo uscire da quella sorta di zona grigia in cui siamo dentro e senza forse dobbiamo smetterla di pensare che le questioni di genere, siano roba da “femmine”, per le “femmine”.

Parlate, scritte, vissute solo e soltanto da loro! E da noi solo benevolmente ascoltate!!!

Partecipiamo è vero, a tavole rotonde, dibattiti e convegni, in cui ascoltiamo che le donne, almeno quelle occidentali, hanno raggiunto un  mezzo pieno inserimento nella nostra società, e dunque hanno smesso di rivendicare principi o generalità, ma “purtroppo” , a volte, ci dimentichiamo di ascoltare – sempre negli stessi convegni!-  che sono ancora schiacciate da una sorta di assenza culturale, che è l’humus che alimenta la violenza di genere e che le relega al ruolo di cittadine di serie B che possono vantare ben pochi diritti.

È in questa assenza dunque alimentata dal pressapochismo maschile che i valori femminili diventano secondari, soggettivi, minoritari, ininfluenti perché re-legati al genere femminile. In un mondo (sempre occidentale) in cui ogni individuo è dotato di una discreta libertà autonoma, i nostri (dei maschi) comportamenti fanno sì che, le femmine singolarmente e collettivamente possano solo scegliere di essere, di fare e di saper fare in un mondo, a misura di maschio, in cui noi, – i maschi appunto- impongono loro, il più delle volte senza volerlo, distrattamente, di assumere la parte dell’altro”. Sconfessandone, all’atto pratico e senza neanche rendercene conto – e questo è già una colpa! –  la perfetta uguaglianza seppure in un genere differente.

Dobbiamo smetterla di leggere, sui giornali degli omicidi degli stupri delle violenze perpetrate ai danni delle “femmine”, rubricandoli il più delle volte come passionali o di onore

Dobbiamo uscire dalla subcultura della superiorità maschile che definisce i rapporti tra uomini e donne, e lascia spazio alle diseguaglianze secondo cui la mascolinità si può esprimere solo e soltanto attraverso il dominio, lasciando spazi agli alibi: “l’ha uccisa. Ma l’amava moltissimo”, disconoscendo il vero significato di questi atti, che nascondono rabbia, rancore ed incapacità di accettare un semplice “no”

Dobbiamo abbandonare l’uso di frasi fatte, rinunciando a parole sbagliate che tanto hanno pesato sulla libertà delle donne.

E anche se siamo, – quasi – tutti d’accordo nel ritenere che nella specie umana sono comprese “pure” le femmine, che diciamolo una volta per tutte non sono il nostro alter ego, ma neppure il nostro contrario, dobbiamo guardarci negli occhi e dirci che, anche per colpa nostra, la condizione femminile è purtroppo quella di un astratta uguaglianza contrapposta ad una concreta pericolosa  dis-uguaglianza

La strada per riconoscere e tributare la libertà alle “femmine” – che è loro propria, come di ogni altro essere umano-  passa anche attraverso il nostro – dei maschi – rifiuto degli stereotipi, delle situazioni tipo, delle frasi fatte, dei luoghi comuni.

Soprattutto attraverso il rifiuto rigoroso e categorico di chiuderle e confinarle nei rapporti che hanno con l’altro sesso, cioè i maschi, cioè noi, riconoscendole come soggetto, anche se altro da noi.

Diciamocelo francamente, ci ha fatto comodo travisare la storia della costola! Ci siamo ostinatamente ancorati allo stereotipo della donna soggetto debole e dunque quasi predestinata alla violenza di un soggetto forte! Un maschio evidentemente!!!

Ora, qui, noi maschi dobbiamo- imperativo categorico- smetterla di pontificare sulla “questione femminile” ed anche a costo di sentirci annullati, cominciare a vivere, ad agire, a parlare, a scrivere, tenendo ben presente la prospettiva di genere, occupandoci sul serio di tutto ciò che riguarda il genere femminile, promuovendo la partecipazione delle donne in tutte le sfere della cultura del futuro, in assoluta parità con il maschio

Lo diciamo a chiare note a tutti noi maschi: la femmina non è una nostra proprietà, un nostro oggetto, che crediamo di conoscere solo perché l’abbiamo pensata a nostra immagine e somiglianza, e la violenza contro di lei, contro qualsiasi “femmina”, è la più vergognosa violazione dei diritti umani.

È ora che raccogliamo la sfida culturale sulla questione “femminile”, per realizzare un vero progresso verso l’uguaglianza, lo sviluppo, la pace.

È ora che cominciamo in maniera seria, a lottare per i diritti delle donne reclamandoli in quanto tali.

È ora che il nostro impegno formale, sulla carta, si trasformi in lotta, sul campo, accanto alle donne, con le donne, per le donne.

Perché:

“indubbiamente cattivo è colui che, abusando del proprio ruolo di potere e prestigio, commette ingiustizie e violenze a danno dei suoi simili. Infinitamente più cattivo è colui che, pur sapendo dell’ingiustizia subita da un suo simile, tacendo, acconsente a che l’ingiustizia venga commessa (A. Einstein).

Riccardo Barbati

Segretario Generale

SLP CISL Lazio

Lettera del Segretario Generale

Volantino

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