Otto ore di lavoro Otto ore di svago Otto ore per dormire

Avremmo dovuto intitolare il nostro scritto: primo maggio festa del lavoro che non c’è…. e se c’è è deprivato del suo senso originario tanto è sfruttato e precario!!! Ma non sarebbe stato un titolo originale!!! la nostra è e resta quindi una considerazione su cui riflettere insieme.

La parola d’ordine, titolo di questa nostra riflessione, coniata nel 1855 dai lavoratori australiani che intendevano rivendicare il diritto ad una condizione di lavoro più umana, che prevedesse, non più di otto ore giornaliere di lavoro, aprì la strada alle rivendicazioni della classe operaia e alla ricerca di un giorno, in cui i lavoratori potessero incontrarsi per affermare i propri diritti, per raggiungere i propri obiettivi e migliorare la propria condizione.

In Italia come negli altri Paesi la scelta cadde sul primo Maggio (in ricordo dei “martiri di Chicago” ) giorno in cui dal 1891 si sarebbe festeggiata la “Festa internazionale dei lavoratori” di tutti i paesi, nella quale i lavoratori dovevano manifestare la propria autonomia, la propria indipendenza nella comunanza delle loro rivendicazioni e della loro solidarietà.

Le profonde trasformazioni sociali nelle quali il nostro Paese è passato negli anni più recenti hanno cristallizzato l’immagine drammatica ma chiara del mondo del lavoro, che sta vivendo questa tragica stagione, in cui, nell’assordante silenziodi istituzioni e forze politiche di tutti gli schieramenti, ogni giorno si perdono centinaia di posti di lavoro. L’inequivocabile fallimento del Jobs act, poi,  sia nella creazione di posti di lavoro stabili, sia principalmente, nel tentativo di introdurre la cultura della flessibilità contro il raggiro di quella stessa, trasformata in mancanza di diritti e sfruttamento, ha di fatto spalancato le porte al mondo “disperso” del lavoro.

C’è la crisi? E allora o ti prendi questo lavoro così com’è, o te ne vai. Discorsi troppe volte ascoltati!!

Questo lavoratore con la catena della precarietà al collo, ricattato, sfruttato, obbligato per necessità ad essere individualista, per bisogno ad essere egoista, sarà per sempre in balia del proprio “padrone”. Prigioniero e vittima del capitalismo del terzo millennio – più sprezzante di quello del passato – che a dosi progressive ha introdotto un nuovo diritto del lavoro che di fatto legalizza la schiavitù camuffandola da progresso, schiavo per legge dunque, privato della coscienza di classe, non potrà certo mettersi a “sindacare” sui diritti. Impegnato unicamente a salvare – costi quello che costi- il suo misero posto, il suo straccio di lavoro, non potrà evidentemente, neanche pensare di aggregarsi, di mettersi “insieme per la giustizia…

Il lavoro gestito da chi tratta il lavoratore unicamente come strumento e non come persona, nega il bisogno di sicurezza nel senso di dignità di vita e chiude alle attese e alle richieste, soprattutto dei giovani, “figli nostri”, non utilizzando le loro doti e le loro risorse indispensabili al progresso della società e al suo rinnovamento.

Di converso la ricerca della dignità dell’uomolavoratore e del lavoro gestito come chiave essenziale della questione sociale, assicura  alle donne, ai giovani, ai precari, a chi il lavoro l’ha perso o lo sta perdendo – in seguito al venir meno degli ammortizzatori sociali – concrete possibilità di ripresa economica tali da rispondere a uno dei diritti  fondamentali dell’uomo, sancito a chiare lettere dalla nostra Costituzione, ovverosia la realizzazione della giustizia sociale, che sola si può attuare  con sempre nuovi movimenti di solidarietà degli uomini del lavoro e di solidarietà con gli uomini del lavoro.

Noi della SLPCISL che ben conosciamo lacondizione del mondo del lavoro, e ogni giorno nella nostra categoria, senza teorizzare ma con uno sguardo sempre rivolto alla concretezza della vita dei nostri iscritti  ci facciamo carico dei problemi, delle aspettative dei bisogni, delle rivendicazioni di tutti e di ognuno in particolare, oggi non ci sentiamo fuori posto a esprimere a lavoratrici e lavoratori di poste gli auguri per la “nostra” festa.

Memori delle storiche lotte del passato, oggi primo maggio 2018 cogliamo l’occasione per rinnovare il nostro impegno sindacale di sempre a favore di tutti, ma soprattutto a favore di quei “6000 incrementi FTE”,  già concordati per il prossimo triennio, ragazze e ragazzi, giovani e meno giovani  “figli nostri”, rassicurandoli sul fatto certo che per loro, con loro staremo “sul pezzo” a tracciare in  maniera trasparente la rotta e dove ce ne fosse necessità a lottare anche duramente con l’azienda, per  ottenere l’esigibilità di quanto sottoscritto e ratificato (criteri per la redazione della graduatoria cui attingere, modalità dell’offerta di conversione a Full Time da sottoporre alle migliaia di part time involontari) in tema di politiche attive del lavoro.

E senza sentirci residui del passato, superati o demodé ancora e sempre ci salutiamo riadattando il vecchio adagio: l’unionedei lavoratori riuniti insieme per la giustizia fa la forza.

Dal cuore buon primo maggio a tutti

Riccardo Barbati

Segretario Generale SLP CISL Lazio

1 maggio.pdf

 


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