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DUEMILADICI ”OTTO” MARZO…

 Non una banale consumistica festa, non un mero rivendicazionismo di giornata, piuttosto la celebrazione della: “Giornata Internazionale della Donna”

Otto marzo 2018: ne parliamo ancora? Ha ancora senso?

Sì. Perché nella nostra opulenta società occidentale dove la condizione della donna ha compiuto negli ultimi cento anni passi avanti, disoccupazione, sessismo, precarietà, soprusi, prostituzione, criminalità e violenze, ancora imperversano.

Sì. Perché nel meridione del mondo differente per cultura e religione, le donne, bambine il più delle volte, considerate inferiori, impure e per questo buone soltanto per essere sottomesse prive di dignità e disprezzate, sono picchiate, ripudiate, sfruttate, violentate, vendute, comprate.

Sì. Perché al dl là di latitudini e longitudini, le donne «offese» destinate all’oblio, vivono o tentano di sopravvivere nei paesi dove, nonostante i decenni di storia, i diritti sono lontani anni luce dall’essere acquisiti ed in quelli in cui i diritti non esistono nemmeno sulla carta.

Sì. Perché uguaglianza, dignità, integrità, libertà, sicurezza non siano solo parole d’ordine.

Sì. Perché c’è ancora da lottare!

Perciò Sì! Oggi 2018 parliamo ancora di Otto marzo. E in un mondo che cambia continuamene aprendosi a nuovi usi e costumi, lo celebriamo, (come anche tutti i giorni dell’anno!!!) facendo in modo che sia una porta aperta verso un mondo di opportunità da vivere insieme, in un progetto comune che ci vede fianco a fianco protagonisti delle nostre esistenze.

Tra passato e presente, tra storia e leggenda, oggi ci sembra opportuno rivivere insieme, la memoria di “quel” 25 marzo 1911, a Washington Place, in Greene Street, dove alla Triangle Shirtwaist Factory, in una manciata di minuti finisce tra le fiamme, la vita di centoquarantasei donne. Ragazze tra i quindici e i ventitré anni, quasi tutte immigrate dall’est europeo e soprattutto dall’Italia, reclutate per produrre come dice il nome del laboratorio, camicette strette in vita. Operaie, schiave per una manciata di dollari l’ora, in totale assenza delle minime norme di sicurezza, condannate a morte dall’egoismo di padroni e capireparto,- tutti uomini –  scappati alle prime avvisaglie di fumo e messisi in salvo senza sbloccare le uscite di sicurezza al piano delle operaie Morte perché come leggiamo dalla testimonianza di Rose Freedman, -ultima sopravvissuta all’incendio, – alla Factory le porte erano sempre chiuse, perché i proprietari temevano che le ragazze rubassero o andassero a spasso durante le pause pasto. Morte schiacciate per l’eccesso di peso delle fuggitive dal crollo dell’unica scala antincendio accessibile. Morte arse vive perché gli idranti interni e le uscite di sicurezza erano inagibili e perché gli stanzoni dove lavoravamo si trovavano all’ottavo e nono piano, ma le scale dei pompieri arrivavano fino al sesto…

Da un’ intervista della Freedman leggiamo […] «Un giovane issò una ragazza sul davanzale, la sospinse nel vuoto, lontano dal muro, e la lasciò andare. E poi un’altra e un’altra ancora…Come se le stesse aiutando a salire gli scalini di un tram, non quelli dell’eternità.».

Con tutto il dolore di cui era ancora capace, la Freedman, non mancava mai di ricordare, il fatto che, nonostante i titolari avessero lasciato serrate le uscite di sicurezza e si fossero rifugiati da soli sul tetto infischiandosene delle lavoranti, furono assolti da una corte che rifiutò gli argomenti dei più deboli. Assicurazione e proprietà architettarono un marchingegno legale ma ingiusto: per ogni vittima furono consegnati 445 dollari alla ditta, perché ne stornasse alle famiglie 75. La paga delle operaie era di 7 dollari a settimana. Per i padroni della Shirtwaist la vita di quelle giovani operaie equivaleva alla misera retribuzione di dieci settimane di lavoro!!!

In una storia dell’umanità di ripetute lesioni e usurpazioni da parte dell’uomo verso la donna tra paradossi e contraddizioni Tra vera o presunta parità di diritti, l’otto marzo ha ancora senso? come ha avuto modo di dire Rose […] «certo che ce l’ha! Fino a quando non saranno garantiti i diritti anche dell’ultima immigrata messicana la memoria di questa giornata avrà un senso!».

A questo noi uniamo “solo” il nostro impegno di sempre perché i diritti siano certezze, il futuro sia senza precarietà, gli accordi vengano rispettati e la parità sul lavoro sia praticata.

E a ciascuna di voi e alle donne del mondo intero, impegnate da sempre nei ruoli tradizionali e negli ambiti della vita economica, sociale, artistica, culturale, politica, che lavorano per edificare strutture economiche e politiche più ricche di umanità, capaci di coniugare perfettamente ragione e sentimento, noi uomini della  SLP-CISL diciamo con gratitudine profonda INFINITAMENTE GRAZIE…

Dal cuore

 

                                                                    Il Segretario Generale

                                                                                                                                                                               SLP-CISL Lazio

                                                                    Riccardo Barbati


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